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Intervento di Don Julián Carrón all'inaugurazione dell'IFV

Intervento di don Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, in occasione dell'inaugurazione dell'Istituto Francesco Ventorino.

 

Venerdì, 21 Settembre, 2018 - 17:30

INAUGURAZIONE
ISTITUTO FRANCESCO VENTORINO
CATANIA, 21 settembre 2018
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Intervento di Julián Carrón
Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione
Buonasera a tutti. È un piacere condividere con tutti voi, autorità, vescovi, sacerdoti, professori,
studenti e imprenditori che hanno collaborato alla realizzazione di questa meraviglia che vediamo
davanti ai nostri occhi. Perché, prima di tutto, come abbiamo appena ascoltato, è un’opera di tanti
che, con il loro contributo, hanno consentito questo nuovo inizio. È veramente molto coraggioso
rischiare dando vita a un’opera come questa, in un momento così sfidante da tanti punti di vista.
Poco fa si parlava di «emergenza educativa». La prima sfida, dunque, è proprio affrontare questa
emergenza. Tutti sappiamo che essa ha caratteristiche particolari, diverse da quelle del passato.
Quest’anno celebriamo l’anniversario del Sessantotto. Quanto siamo lontani da quell’esplosione di
libertà! E quanto spesso oggi ci troviamo spaesati, impauriti dalla libertà nei nostri tentativi, come
sottolineano in diversi, in questa «società liquida» (Bauman) e in preda alla confusione. Soprattutto
tante persone sperimentano una difficoltà a entrare in rapporto con la realtà e ad affrontare una sfida
come quella attuale.
Perciò, il primo compito di una scuola come questa è proprio quello che avete scelto come motto
dell’Istituto: «Diventare grandi». Che cosa può aiutare un ragazzo o una ragazza, un giovane, a
crescere senza avere paura della realtà? Solo la presenza di qualcuno – come ci ha testimoniato don
Ciccio nel video proiettato poco fa – in grado di introdurlo al reale. Che cosa è più desiderabile
dell’essere facilitato a entrare nella realtà senza paura? Ricordo sempre un ragazzo che un giorno va
a scuola e sente il professore domandare se sia più interessante la realtà virtuale o la realtà in quanto
tale. La maggioranza degli studenti concorda sul fatto che il mondo virtuale è molto più
interessante, perché in esso uno può fuggire, può sognare, andando dove vuole, non si scontra con
niente, tutto è possibile e a portata di mano. Finché interviene quel ragazzo: «A me piace molto di
più la realtà!». Tutti rimangono stupiti e finita l’ora di lezione gli domandano il perché di quella
affermazione. E lui: «Perché la mia esperienza della realtà è talmente bella che io mi godo di più la
vita nel reale». Solo una persona che sia stata introdotta a un’esperienza positiva del mondo, non
cederà alla tentazione di fuggire per paura.
Chi può rispondere veramente a questa paura, così che un giovane non sia determinato da essa?
Come ho detto, solo qualcuno che – come sottolineava don Ciccio – ci introduce alla realtà totale. È
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una frase che abbiamo imparato da don Giussani: «Introduzione nella realtà, ecco cosa è
l’educazione. […] Introduzione alla realtà totale […]: educazione significherà infatti lo sviluppo di
tutte le strutture di un individuo fino alla loro realizzazione integrale, e nello stesso tempo
l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle strutture con tutta la realtà» (L.
Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 65-66).
Don Giussani non ha desiderato altro che questo, per consentirci di entrare in qualsiasi buio con una
sicurezza profonda e con letizia. Una scuola nasce per questo, per potere introdurre tutti i ragazzi,
qualunque sia la loro origine familiare o culturale, a una possibilità di stare nel reale che permetta
loro di vivere con un senso, di essere introdotto costantemente al significato di tutto. Che cosa
occorre per aiutare a diventare grandi? Don Giuseppe Baturi ci ha appena ricordato che don Ciccio
insisteva sempre con i suoi «perché?». Sembra nulla, sembra troppo poco, ma è la modalità per
sfidare tutta la curiosità con cui nascono i giovani, una capacità che va esaltata di continuo. È come
dire a ciascuno di loro: «Tu hai la possibilità di trovare un perché, una risposta alle tue domande».
È un impegno che a volte può essere faticoso, ed è proprio a questo livello che occorre mettere in
campo tutta la creatività degli adulti, perché i ragazzi non gettino la spugna ancor prima di
cominciare. Poco fa parlavo con la responsabile dell’insegnamento musicale nella scuola, che mi
raccontava del primo rapporto che si ha con gli studenti: figuratevi quanti di loro sono disponibili a
imparare la musica con tutto quello che implica in termini di impegno e di sforzi! Sono appena
tornato dal Paraguay, dove ho incontrato un’esperienza simile alla vostra; nei quartieri più poveri
della città un professore riesce a fabbricare strumenti musicali con tutto quello che viene scartato, e
ha dato vita a un’orchestra giovanile. Il metodo educativo è molto simile al vostro. Quel professore
mi diceva: «Io devo riuscire a fare innamorare un ragazzo del violino in un minuto!». Come è
possibile? Semplicemente, costruisce un violino rudimentale con una corda, lo dà al ragazzo e un
istante dopo lo fa suonare nell’orchestra! Immaginate quel ragazzo: sentirsi protagonista appena
preso in mano il violino (immaginate quale violino: uno strumento musicale tutto fatto di scarti!),
gli dà la capacità di coinvolgersi per imparare tutto il resto. Se il bambino o il ragazzo non si
innamora dello strumento nel primo istante, fin dal primo contraccolpo che avverte, getterà la
spugna prima di cominciare. Con la sua genialità educativa, quel professore mi raccontava: «Ho
invitato una persona infinitamente più preparata e capace di me a insegnare musica. Ma li ha stufati
tutti», perché, avendo usato un metodo che non li coinvolgeva fin dall’inizio, dopo un po’ hanno
gettato la spugna.
Le circostanze che viviamo sono sfidanti, mettono così spesso alla prova che esigono una grande
capacità creativa. È una creatività che tutti i professori desiderano acquisire, perché occorre
ridestare l’interesse per quello che i ragazzi imparano e che si vuole insegnare loro; per questo
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hanno bisogno di tutte le risorse disponibili, di tutta l’immaginazione possibile per muovere il loro
intimo. È possibile, noi vediamo che è possibile: basta guardare la fotografia dell’ultimo concerto a
Catania, per riconoscere che questo è accaduto con i ragazzi della scuola. È un esempio di come
quella che potrebbe sembrare una situazione complicata, troppo sfidante – e quindi, in fondo, senza
speranza –, possa diventare per gli adulti e per i ragazzi la possibilità di un’avventura di conoscenza
che li introduce alla realtà. E quando la scoprono, la realtà diventa affascinante, fino al punto di
coinvolgere tutta la loro persona, tutta l’intelligenza e tutta l’affettività, per imparare tutto il resto! È
possibile, oggi, educare. E non dobbiamo spaventarci delle sfide, noi adulti che non dobbiamo
lasciarci incastrare nelle nostre pigrizie. Tutto ci è dato per mettere i ragazzi in condizione di entrare
nel reale e di fare un’esperienza del vivere che non hanno mai sperimentato. Ma possono imparare
solo attraverso il coinvolgimento di persone che danno la vita per questo. Solo in questo modo,
infatti, possiamo aiutarli a vincere la paura del reale, introducendoli a un’esperienza del vivere che
sia bella.
C’è un’altra sfida particolarmente importante oggi. Tutti sappiamo quanto sia difficile trovare un
criterio di giudizio che ci consenta di riconoscere le fake news, distinguendo il vero dal falso. In
tutto il mondo si fanno molti tentativi per affrontare la questione. Per esempio, si cerca di educare a
scoprire l’origine delle fonti, ma questo è impossibile. Oppure ci si affida a Internet, ma qual è
l’algoritmo giusto per non perdersi nella voragine di dati a disposizione? Perciò, che sfida per un
professore poter offrire un metodo che consenta ai ragazzi di scoprire la differenza tra il vero e il
falso! Non c’è altra strada che l’educazione: risvegliare l’io, consentendo alla persona di verificare
fino a che punto si può fidare o meno, riconoscendo quali sono i tratti inconfondibili del vero.
Capire di che cosa si tratta è un impegno educativo appassionante per un adulto. Infatti, chi non
desidera questo per sé? Chi non desidera questo per i propri figli, chi non desidera questo nel
rapporto con gli altri, con i colleghi, nella società? Ma che cosa può rendere possibile questo? Solo
una vera educazione alla critica, cioè a giudicare tutto quello che capita. Per questo oggi una scuola
non è chiamata soltanto a svolgere e insegnare una serie di contenuti utili a orientarsi in questo
mondo così tecnologico, ma infinitamente di più a fare crescere la persona in modo tale che possa
veramente giudicare tutto.
Mi ha sempre colpito un testo dello scrittore argentino Ernesto Sábato, che descrive esattamente il
criterio per poter giudicare tutto: «Mi hanno rimproverato sempre il mio bisogno di assoluto, che
d’altra parte appare nei miei personaggi. Questo bisogno attraversa come un alveo la mia vita,
meglio, come una nostalgia di qualcosa che non avrei mai raggiunto […]. Io non ho potuto mai
placare la mia nostalgia, addomesticarla dicendomi che quell’armonia è esistita un tempo nella mia
infanzia; lo avrei voluto, ma non è stato così». E continua: «La nostalgia è per me uno struggimento
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mai soddisfatto, il luogo che non sono mai riuscito a raggiungere. Ma è ciò che avremmo voluto
essere, il nostro desiderio. È così vero che non si riesce a viverlo [senza che uno lo possa veramente
colpire] […]. La nostalgia di questo assoluto [e qui è il punto decisivo] è come lo sfondo, invisibile,
inconoscibile, ma con il quale confrontiamo tutta la vita» (E. Sábato, España en los diarios de mi
vejez, Seix Barral, Barcelona 2004, pp. 178-179). Sábato ci dice da che cosa dipende la possibilità
di giudicare tutto, da quel «punto infiammato» (cfr. C. Pavese, «A Rosa Calzecchi Onesti», 14
giugno [1949], Lettere 1926-1950, Einaudi, Torino 1968, vol. 2, p. 655) di cui parlava Pavese, quel
fondo ultimo del nostro essere, quel mistero ultimo del nostro essere di leopardiana memoria:
«Natura umana, or come, / Se frale in tutto e vile, / Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?» (G.
Leopardi, «Sopra il ritratto di una bella donna», XXXI, vv. 49-51, in Id., Cara beltà…, BUR,
Milano 2010, p. 97). Com’è possibile sentire così “tant’alto” dentro di noi? Che sfida rappresenta
per noi – che abbiamo a che fare con i ragazzi – l’impegno a risvegliare tutta la natura dell’io, così
piena di questo infinito desiderio, affinché i giovani possano confrontare con esso tutto ciò che
incontrano, perché nessuno li prenda in giro! Sembra poco, dal momento che non hanno ancora
trovato la risposta, e invece è tantissimo, perché possono scoprire il criterio per giudicare tutto.
Una scuola che non educa alla critica, toglie al ragazzo la sua dignità, perché lo rende succube di
qualunque sentimentalismo, di qualunque potere, di qualunque menzogna, di qualunque
propaganda. Lo vediamo bene rispetto al bisogno sterminato che manifestano. Se gli educatori, se
noi adulti non riusciamo a rendere i ragazzi consapevoli di ciò che hanno in se stessi, della loro
dignità, della capacità di giudicare tutto, sarà impossibile che possano avere le ragioni per entrare
nel reale non potendo raggiungere una certezza che consenta di vivere in un luogo qualunque del
mondo. Se oggi una scuola non genera persone in grado di andare in capo al mondo, non sarà in
grado di rispondere al bisogno che hanno i giovani. Non sappiamo dove i nostri ragazzi troveranno
lavoro, né dove andranno a lavorare e neppure tante delle cose che in passato sapevamo bene.
Siamo davanti a uno scenario assolutamente nuovo, diverso, sfidante! Per questo vale la pena fare
uno sforzo come quello che oggi cominciate a fare, avventurandovi in un mondo per tanti versi
sconosciuto e incerto. Ciò di cui possiamo essere certi è che se generiamo uomini e donne capaci di
stare nel reale con una coscienza di sé adeguata, non avremo paura che vadano in capo al mondo,
perché porteranno sempre con sé una capacità di giudicare tutto.
Ma questo ha bisogno di una condizione, lo ripeto: devono incontrare qualcuno – abbiamo visto
cosa ha significato don Ciccio per tutti noi, che cosa ha significato per tanti di voi –, cioè un
testimone, che incarni questa possibilità di vivere, non lasciando la testa nell’armadio, ma che stia
nel reale con la piena coscienza di sé. In questo senso, diciamo che «l’educazione è una
comunicazione di sé, cioè del proprio modo di rapportarsi con il reale» (L. Giussani, Il rischio
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educativo, SEI, Torino 1995, p. 84), cioè una comunicazione di come noi adulti, genitori,
professori, sacerdoti ed educatori viviamo il rapporto con il reale. Se noi iniettiamo la paura nel
sangue dei giovani, l’esito sarà quello di spaventarli ancora di più. Se invece comunichiamo loro la
possibilità di entrare nella realtà, insegnando loro un uso corretto della ragione, allargando la loro
ragione ed educandoli a giudicare tutto, saranno sempre più convinti che tutte le sfide sono
un’occasione per crescere, per sviluppare la loro capacità di vivere e per maturare. E allora non
avranno paura della realtà, perché li avremo introdotti a un modo di stare nel mondo più efficace di
qualsiasi meccanismo. Perché l’uomo è «una modalità vivente di rapporto con il reale» (ivi), diceva
don Giussani.
Solo chi sarà in grado di essere questa sorgente di educazione potrà veramente rispondere alla sfida
rappresentata dal momento storico attuale. Don Ciccio ci ha passato il testimone. Adesso tocca a
noi. Lui ha seminato, e adesso voi avete la possibilità di mostrare che quel seme, che ha piantato per
molti anni con la dedizione di cui è stato capace, è maturato e comincia a produrre i frutti. Quel
seme, infatti, ha fatto fiorire tra di voi tante personalità adulte, e ora voi potete trasmettere quello
che lui ha descritto sinteticamente con queste parole: «Mi è parso evidente come non mai che si
tratta, piuttosto che di un “criterio metodologico” da apprendere e poi da applicare, di uno
“sguardo” da imparare» (citato in A. Savorana, Vita di don Giussani, Rizzoli, Milano 2013, p. 936).
È questo sguardo che anche oggi occorre comunicare alle nuove generazioni, perché possano
sempre di più vivere, entrare nel reale, con occhi pieni di positività, senza paura di incontrare il
diverso, con una capacità di valorizzare ogni aspetto dell’altro, di percepire tutto come una
possibilità per crescere. Allora tutto quanto capita potrà diventare parte della propria avventura del
vivere.
Paradossalmente, quando si trovava di fronte alle nostre paure, don Giussani ci spostava sempre;
diceva infatti: «Quando […] la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a
minacciare la vivacità di una nostra espressione e quando una egemonia culturale e sociale tende a
penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona» (L.
Giussani, «È venuto il tempo della persona», a cura di L. Cioni, Litterae Communionis CL, n.
1/1977, p. 11).
Una scuola ha come scopo la persona, il crescere delle persone. Auguro a tutti voi, che cominciate
questa avventura, di collaborare alla crescita dei ragazzi che frequenteranno l’Istituto Francesco
Ventorino.
Tanti auguri.

 

J. Carron

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