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Santa Pasqua 2020 - Lettera del Rettore nel tempo di Quaresima

La lettera alle famiglie, agli alunni ed ai collaboratori della nostra scuola per questo tempo di Quaresima da parte del nostro Rettore, Don Antonio Giacona.

Martedì, 24 Marzo, 2020 (Tutto il giorno)

Carissimi,                                                                                                                    

l’anno scorso, all’inizio della Quaresima, invitando a un momento di Esercizi Spirituali, mi soffermavo sulla parola propria di questo tempo, “conversione”, spiegandone così il significato: “chi non sente nella sua vita il disagio di una certa routine, il bisogno di un certo cambiamento, la necessità di scoprire qualcosa di nuovo, che dia una maggiore consistenza alla propria persona, un orientamento più unitario alla propria vita, tante volte divisa tra mille cose? È proprio questo che vuole dire la parola conversione!”.

La circostanza che stiamo vivendo quest’anno in tutto il mondo credo che ci obbliga a un cambiamento, ad una conversione, perché ci pone davanti all’evidenza che tutte le nostre costruzioni sono fragili, tutte le nostre pretese di controllo della realtà sono illusorie. Sarebbe da stupidi, oltre che da presuntuosi, continuare a voler appoggiare la vita nostra e delle persone care, ma anche quella della società e del mondo intero, sulle nostre previsioni e sui nostri progetti.

Un editorialista cileno, Cristian Warnken, agnostico, coltissimo e profondo, nel maggio del 2008, a seguito di una imprevista e violentissima esplosione di uno dei tantissimi vulcani del Cile, il Chaitén, scriveva: “Ogni volta che ci addormentiamo pensando di aver costruito il nostro accampamento sulla terra ferma, uno scoppio ci sveglia e ci ricorda che siamo fragilità e miracolo”. E nello stesso editoriale, più avanti, da una parte apostrofava con un severo rimprovero i suoi concittadini: “Vogliamo programmare tutto e fare in modo che la nostra vita entri nelle nostre agende e nei nostri modelli illusori”; e dall’altra rivolgeva loro un invito potente ed audace con le parole di Nieztsche: “Alzate la vostra tenda sotto i vulcani”, e con i versi di Hölderlin: “Vicino è Dio, però è difficile coglierlo, /però dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che ci salva”. E commentava: “Chi scappa dal pericolo, scappa da Dio. Chi fugge dai vulcani, fugge dalla vita”.

È realmente ammirevole che un agnostico abbia questa audacia di fronte alla realtà, questa lealtà con la sua natura di uomo in movimento, ed in qualche modo una certa speranza, anche se senza volto. Non sarebbe male che da questa circostanza imparassimo questo senso di radicale dipendenza e impotenza; che la vita è vita, non quando si riduce a un programma da realizzare, ma quando è un’avventura da scoprire, un rischio da correre, per raggiungere la bellezza e la pienezza di gusto e significato che il cuore desidera.

Ma per convertirsi non basta sentire un bisogno di cambiamento, o essere violentemente spiazzati da una circostanza imprevista e indesiderata, come in questo momento.

Per convertirsi c’è bisogno di una presenza attraente a cui guardare, verso cui rivolgere lo sguardo, appunto convergendo verso di essa. Una presenza dove si intravede già il compimento del nostro desiderio. Solo per questo la Chiesa, specialmente in Quaresima, ci parla di conversione, perché guarda a Cristo e ha Cristo da indicarci come colui a cui guardare con tutto il nostro bisogno e il nostro desiderio. Solo per questo ha senso parlare di conversione anche quest’anno, mentre siamo feriti così profondamente e dolorosamente dalla pandemia.

Ci aiuta a comprendere bene anche questa seconda cosa, lo stesso Cristian Warnken. La notte di Natale del 2007, aveva sofferto la tragica morte di suo figlio Clemente di tre anni nella piscina di casa. Il 20 marzo 2008, concludeva così l’ultimo di vari editoriali dedicati a suo figlio:

“Figlio: più di duemila anni fà, un altro figlio, che però si diceva figlio di Dio, moriva, e i suoi discepoli divulgavano ai quattro venti la certezza della sua resurrezione. Io cambierei la mia propria resurrezione – se potessi, ora stesso – solo per abbracciarti un’altra volta!

Figlio: questa promessa è vera, o è la consolazione più straordinaria e bella inventata dall’uomo per calmare l’insopportabile dolore del mondo? Ci rincontreremo un giorno –  figlio e padre prodighi –, o ci dissolveremo come foglie nell’autunno cosmico? Figlio: solo tu puoi dirmelo all’orecchio, come quando mi raccontavi un segreto quando giocavamo! Bariamo questa volta e dimmi la verità!  Aspetterò l’autunno, la primavera e tutte le stagioni necessarie per ricevere la tua risposta.

Aspetterò che me la porti il vento. Aspetterò come ti aspettammo nascere. Per nascere di nuovo. Anche se è notte”.

Questo povero papà, dal profondo del suo dolore, si guarda attorno, essendo coltissimo, cioé avendo riflettuto su tante culture, filosofie e religioni, e trova una sola luce a cui guardare, per poter sperare che anche la morte di suo figlio abbia un senso, cioè che possa essere sconfitta e vinta.

E allora, proprio perché cosí profondamente e dolorosamente feriti, se siamo credenti, quest’anno possiamo vivere le due settimane che ci restano della Quaresima e soprattutto la Settimana Santa, meno distrattamente, meno formalmente, riscoprendo come non mai la convenienza umana della fede, ringraziando infinitamente Cristo per la sua totale offerta di sé e la sua vittoria sul male e sulla morte, perché noi abbiamo vita e vita in abbondanza.

E nel caso non ci sembrasse di poter pronunciare con ragionevole chiarezza e certezza la parola “credo”, potrebbe essere l’occasione per guardare a Gesú Cristo, questa realtà personale e questa presenza comunque unica nella storia, come l’origine e la possibilità reale di una autentica pienezza di bene per sé e per tutti.

Come aiuto mi sento di suggerire alcune letture semplici:

la preghiera del Papa del 19 marzo, le due interviste allo stesso Papa (19 marzo a La Repubblica e il 20 marzo a La Stampa), la preghiera del nostro Arcivescovo a Sant’Agata del 21 marzo, un articolo del giornalista Giuseppe Di Fazio su Il Sussidiario del 13 marzo sul ministero della carità.

Ma soprattutto potrà accompagnarci in questo tempo la lettura dei Vangeli, soprattutto i quattro racconti della Passione, Morte e Resurrezione, e durante la Settimana Santa, seguire le celebrazioni liturgiche che, immagino, in qualche modo realizzerà il Papa.

Affettuosamente,

don Antonio Giacona